Carne rossa, nuove ipotesi sui tumori: «aiuta» il cancro al seno

15/11/2006

BOSTON - Uno studio della Brigham and Women's Hospital and Harvard Medical School di Boston sostiene l'esistenza di una relazione tra un'alimentazione ricca di carni rosse e la possibilità di sviluppare un tumore al seno nelle donne in età fertile. I ricercatori statunitensi hanno preso in esame un campione di 90 mila donne a partire dal 1989 fino ad arrivare al 2003. La conclusione alla quale sono giunti è che mangiare una porzione e mezza di carne rossa al giorno raddoppia la possibilità di contrarre la malattia.

Le signore hanno compilato un questionario molto dettagliato sulle proprie abitudini alimentari nel 1991, 1995 e 1999 e ogni due anni riferivano se avevano sviluppato o meno un tumore al seno. Ovviamente le dichiarazioni delle volontarie dovevano essere confermate da dettagliate certificazioni mediche. Gli scienziati, inoltre, hanno rivolto la propria attenzione agli ormoni chiamati in causa nella formazione della neoplasia, valutando se all'origine della patologia vi fosse la responsabilità degli estrogeni o del progesterone. Al termine dello studio 1021 donne hanno contratto la malattia: in 521 casi si è riscontrata la positività dei recettori dei due principali ormoni sospettati di essere all'origine del male, in 167 la negatività, in 110 uno stato misto e in 232 una condizione sconosciuta.

Parecchi meccanismi biologici possono spiegare la relazione tra l'assunzione di carne rossa e la formazione di tumori al seno caratterizzati dalla positività dei recettori ormonali. Durante la cottura della carne si assiste alla formazione di sostanze cancerogene quali le amine eterocicliche. Un'altra potenziale connessione è determinata dal fatto che negli Stati Uniti, a differenza di quel che avviene nell' Unione Europea, è possibile somministrare agli animali da macello l'ormone della crescita. Infine è risaputo che la carne rossa è una fonte di apporto di ferro in forma heme che, a differenza di quello non heme, è molto più assimilabile da parte dell'organismo e già precedenti ricerche lo avevano individuato come una delle possibili cause dell'insorgere della malattia.

- Uno studio della Brigham and Women's Hospital and Harvard Medical School di Boston sostiene l'esistenza di una relazione tra un'alimentazione ricca di carni rosse e la possibilità di sviluppare un tumore al seno nelle donne in età fertile. I ricercatori statunitensi hanno preso in esame un campione di 90 mila donne a partire dal 1989 fino ad arrivare al 2003. La conclusione alla quale sono giunti è che mangiare una porzione e mezza di carne rossa al giorno raddoppia la possibilità di contrarre la malattia. Le signore hanno compilato un questionario molto dettagliato sulle proprie abitudini alimentari nel 1991, 1995 e 1999 e ogni due anni riferivano se avevano sviluppato o meno un tumore al seno. Ovviamente le dichiarazioni delle volontarie dovevano essere confermate da dettagliate certificazioni mediche. Gli scienziati, inoltre, hanno rivolto la propria attenzione agli ormoni chiamati in causa nella formazione della neoplasia, valutando se all'origine della patologia vi fosse la responsabilità degli estrogeni o del progesterone. Al termine dello studio 1021 donne hanno contratto la malattia: in 521 casi si è riscontrata la positività dei recettori dei due principali ormoni sospettati di essere all'origine del male, in 167 la negatività, in 110 uno stato misto e in 232 una condizione sconosciuta. Parecchi meccanismi biologici possono spiegare la relazione tra l'assunzione di carne rossa e la formazione di tumori al seno caratterizzati dalla positività dei recettori ormonali. Durante la cottura della carne si assiste alla formazione di sostanze cancerogene quali le amine eterocicliche. Un'altra potenziale connessione è determinata dal fatto che negli Stati Uniti, a differenza di quel che avviene nell' Unione Europea, è possibile somministrare agli animali da macello l'ormone della crescita. Infine è risaputo che la carne rossa è una fonte di apporto di ferro in forma heme che, a differenza di quello non heme, è molto più assimilabile da parte dell'organismo e già precedenti ricerche lo avevano individuato come una delle possibili cause dell'insorgere della malattia.

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